Angera, sulle sponde del lago maggiore…

Immersi nella nebbia del mattino sulla statale che costeggia la sponda magra del Lago Maggiore, passando per Ranco e Uponne, dove le coltri bianche restano sospese a mezz’aria nelle prime ore di luce e silenzio, tra i campi. Oppure provenendo dall’altra parte, da Lisanza e Sesto Calende, tra gli ontani e i salici dalla zona umida dell’Oasi della Bruschera, la prima immagine di Angera è quel meraviglioso lungolago di barche e distese di prati, che nei giorni non lavorativi diventano allegria di festosi pic-nic e vocio di bambini.

Il lago, la strada, le case che vi si affacciano, alcune recanti il ricordo degli antichi profili delle magioni di contadini e pescatori, con i piccoli archi, i muri mai regolari, le corti con i ciuffi d’erba tra le beole, le villette liberty della villeggiatura della borghesia dell’Ottocento. E a dominare tutto – impossibile non coglierla fin dal primo sguardo sul borgo – la stazza muscolosa della Rocca. Immediatamente si percepisce l’antica separazione tra gli uomini del lago, i pescatori, i lavoranti del sudore e della fatica, e gli uomini del potere, i dominatori delle acque, dei traffici mercantili per barca, i custodi dei feudi, i ricchi signori della spada e della mitra che fecero la storia di Lombardia e del Piemonte.

Salendo dal lago, tra le viuzze che dal centro storico accompagnano proprio alla Rocca Borromea, inaspettatamente si notano alcuni filari di vite, quasi eroici nelle città dell’operosa regione che ha usato la terra come seme di capannoni. Le viti dei rilievi terrazzati, che non sono solo qui, tra la Rocca e San Quirico, ma anche in piccola parte nelle frazioni di Barzola e Capronno, e che un tempo erano, con i cereali da farina e con i prati da foraggio, le colture prevalenti e la fonte di sostentamento del popolo contadino della zona.

Tra il XVIII e il XIX secolo si arrivò a un massimo di 10.000 ettari di terreno coltivati a vite che andarono a calare drasticamente, in particolare tra fine Ottocento e inizio Novecento, anche a causa dei danni portati dalla filossera (l’insetto letale per la vite che distrugge in modo irreparabile le radici delle piante) che incoraggiò il già avviato trasferimento della manodopera dalle campagne alle città industriali. Da questa antica tradizione nacque anche il mestiere e la passione di una grande dinastia italiana di distillatori, i Rossi d’Angera.